I nomi e alcuni dettagli identificativi sono stati modificati per tutelare la privacy delle persone coinvolte. La storia che segue è una sintesi di situazioni reali e ricorrenti, documentate attraverso le esperienze di famiglie italiane che hanno affrontato una successione digitale impreparate. Non è un caso eccezionale: è la norma.

In breve: quello che è successo alla famiglia Marini

  • Il padre muore improvvisamente a 61 anni, con una vita digitale ricca e completamente non documentata.
  • La famiglia non conosce le credenziali di nessun account: conto online, investimenti, polizza vita, cassetta di sicurezza digitale.
  • Tre mesi per sbloccare il conto bancario principale. Otto mesi per recuperare gli investimenti su Fineco. Quattordici mesi per ottenere la liquidazione della polizza vita.
  • Una piattaforma di criptovalute con circa 8.000 euro non viene mai recuperata: l'exchange non ha più la procedura di successione attiva e il wallet hardware è inaccessibile senza seed phrase.
  • Costo totale stimato tra spese legali, consulenze, sanzioni per scadenze mancate e asset irrecuperabili: oltre 15.000 euro.
  • Costo emotivo: incalcolabile. Diciotto mesi in cui il lutto non ha potuto essere elaborato perché c'era sempre qualcosa da sbloccare, qualcuno da chiamare, qualche carta da trovare.

Marco Marini, 61 anni, Torino

Marco Marini era un geometra libero professionista di Torino, 61 anni, sposato con Elena, due figli adulti — Giulia, 34 anni, e Luca, 31. Era una persona ordinata, precisa, abituata a gestire le cose con metodo. Aveva un buon reddito, aveva investito con prudenza nel corso degli anni, aveva una polizza vita. Sul comodino teneva sempre un taccuino dove annotava i suoi appuntamenti. Era, in tutti i sensi che contano nella vita fisica, una persona organizzata.

Ma nella sua vita digitale — quella fatta di password, credenziali, accessi, pin — non aveva mai annotato niente. Non per negligenza: semplicemente, non aveva mai pensato che quella dimensione richiedesse la stessa organizzazione della vita fisica. Le password le ricordava lui. Sapeva dove trovare tutto. Era abituato a farcela da solo.

Un lunedì di novembre, mentre era in ufficio, Marco ha avuto un infarto. Era solo. Quando lo hanno trovato era già tardi. Aveva 61 anni, era in buona salute apparente, non aveva mai avuto problemi cardiaci seri. Nessuno se lo aspettava. La famiglia meno di tutti.

I primi giorni: il lutto e i problemi pratici che non aspettano

Elena, la moglie, nei primi giorni non ha potuto pensare ad altro che al dolore. Ma il dolore, nella vita reale, deve convivere con le scadenze. Il mutuo della casa andava pagato. Le utenze andavano pagate. Le rate dell'auto andavano pagate. Tutti addebiti che partivano dal conto corrente di Marco — un conto online su ING che Elena sapeva che esisteva, ma di cui non conosceva né le credenziali né l'IBAN preciso né il numero di telefono del servizio clienti.

Giulia, la figlia maggiore, ha preso in mano la situazione con la pragmaticità che le apparteneva. Ha cercato nello smartphone del padre — sbloccato con il PIN che per fortuna la madre conosceva — le app bancarie. Ne ha trovata una, ING, ma protetta da PIN separato che nessuno conosceva. Ha trovato anche un'app che non riconosceva — Trade Republic — e una che sembrava un wallet di criptovalute. Sul computer di Marco, protetto da password, non è riuscita ad accedere per due settimane, finché un tecnico informatico ha trovato un modo per bypassare il blocco. Nella cartella documenti ha trovato una scansione di un contratto assicurativo del 2019 — una polizza vita di cui nessuno sapeva l'esistenza — e un foglio Excel con alcune note su investimenti, aggiornato al 2021.

Il conto ING: tre mesi per sbloccarlo

Per sbloccare il conto ING di Marco, Giulia ha dovuto contattare il servizio clienti della banca, che l'ha indirizzata all'ufficio successioni. La procedura ha richiesto: certificato di morte, documento d'identità di tutti gli eredi, dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante la qualità di erede, estratto dell'atto di matrimonio, e — dopo alcune settimane di attesa — la dichiarazione di successione presentata all'Agenzia delle Entrate. La banca ha risposto con precisione e cortesia, ma i tempi sono stati quelli della burocrazia: tre mesi dall'inizio della procedura allo sblocco effettivo del conto. Nel frattempo, il mutuo e le utenze erano stati pagati attingendo ai risparmi personali di Elena.

Tre mesi non sono un'eternità — ma sono tre mesi in cui ogni settimana c'era qualcosa da fare, qualche documento da trovare, qualche ufficio da chiamare, qualche attesa. Tre mesi in cui Elena e Giulia non potevano semplicemente elaborare il lutto: dovevano gestire una pratica.

Trade Republic: otto mesi e una lingua straniera

L'app Trade Republic che Giulia aveva trovato sullo smartphone del padre conteneva un portafoglio di ETF del valore di circa 23.000 euro — una cifra che Marco aveva accumulato nel corso di tre anni di investimenti mensili automatici. Giulia non sapeva che esistesse fino a quel momento. La procedura di successione per Trade Republic — piattaforma registrata in Germania — si è svolta interamente in inglese, con richieste di documentazione che includevano traduzioni certificate di alcuni atti italiani.

Il processo ha richiesto otto mesi. Non perché Trade Republic fosse negligente — ha seguito le proprie procedure con regolarità — ma perché le procedure erano complesse, richiedevano documentazione specifica, e nel frattempo il portafoglio rimaneva investito e soggetto alle oscillazioni di mercato. In quei otto mesi, il valore del portafoglio ha subito una flessione del 12% prima di risalire. Giulia non poteva fare nulla: non aveva l'autorizzazione per vendere, non aveva l'autorizzazione per comprare, poteva solo aspettare.

La polizza vita: quattordici mesi e una scoperta tardiva

La polizza vita trovata sul computer di Marco — un contratto del 2019 con una compagnia assicurativa — aveva un valore di 150.000 euro. Marco l'aveva sottoscritta come protezione per la famiglia, designando Elena come beneficiaria. Ma Elena non sapeva che esistesse. Se Giulia non avesse trovato quella scansione nella cartella documenti del computer — acceduto con due settimane di ritardo per il problema della password — è possibile che la polizza non sarebbe mai stata reclamata.

La procedura di liquidazione della polizza vita ha richiesto quattordici mesi. La compagnia assicurativa ha verificato la causa del decesso, ha richiesto documentazione medica, ha effettuato le proprie verifiche interne. Tutto legittimo, tutto previsto dalle condizioni contrattuali. Ma quattordici mesi sono quattordici mesi: Elena ha ricevuto quei 150.000 euro quando il lutto aveva già compiuto il suo primo compleanno.

La polizza vita è uno strumento pensato per proteggere la famiglia nel momento più difficile. Ma quella protezione arriva solo se la famiglia sa che la polizza esiste, sa presso quale compagnia è stata sottoscritta, sa come fare richiesta. Una polizza non reclamata non protegge nessuno.

Le criptovalute: la perdita definitiva

L'app di criptovalute trovata sullo smartphone di Marco era Crypto.com, con un saldo di circa 3.200 euro in diversi token. Giulia ha contattato il supporto della piattaforma, ha avviato la procedura di successione, e dopo quattro mesi ha ottenuto il trasferimento dei fondi agli eredi. Un processo lungo ma con un esito positivo.

Ma Luca, il figlio, aveva trovato in un cassetto della scrivania del padre un piccolo dispositivo hardware che non riconosceva. Dopo alcune ricerche online, ha scoperto che si trattava di un Ledger Nano X — un wallet hardware per criptovalute. Nessuno in famiglia sapeva che Marco avesse criptovalute in self-custody. Sul Ledger non c'era niente di scritto. La seed phrase — le 24 parole che avrebbero permesso di recuperare i fondi — non è stata trovata da nessuna parte: né in casa, né sul computer, né tra i documenti. Luca ha contattato un consulente specializzato in recupero di criptovalute, che dopo alcune settimane di tentativi ha confermato l'impossibilità di accedere al wallet senza la seed phrase. Il saldo stimato — basato sull'ultima transazione visibile sulla blockchain — era di circa 8.000 euro. Irrecuperabili. Per sempre.

Il costo finale: molto più di quanto nessuno avrebbe immaginato

Diciotto mesi dopo la morte di Marco, Giulia ha provato a fare i conti di quanto era costato non avere niente organizzato. Le spese legali per la consulenza di un avvocato specializzato in successioni digitali: circa 3.500 euro. Il consulente informatico per accedere al computer: 400 euro. Il traduttore certificato per la documentazione Trade Republic: 800 euro. Il consulente per il tentativo di recupero del Ledger: 600 euro. Le sanzioni per due scadenze fiscali dell'attività professionale di Marco mancate durante i mesi di caos: circa 1.200 euro. Gli asset irrecuperabili: circa 8.000 euro di criptovalute sul Ledger. Il costo totale misurabile: oltre 14.500 euro. Il costo immisurabile — in termini di tempo sottratto all'elaborazione del lutto, di stress aggiunto in un momento già devastante, di opportunità mancate — è impossibile da quantificare.

Giulia, quando ha finito di sommare, ha calcolato che suo padre avrebbe potuto organizzare tutta la sua vita digitale in un pomeriggio. Probabilmente meno. E che quell'organizzazione avrebbe evitato la maggior parte di quei 14.500 euro e quasi tutti i diciotto mesi di fatica burocratica sovrapposta al dolore.

Come sarebbe andata diversamente

Immagina la stessa storia con una sola differenza: Marco, in un pomeriggio di qualche anno prima, aveva dedicato due ore a raccogliere le informazioni essenziali in un sistema sicuro e le aveva rese accessibili a Elena in caso di necessità. Non una cartella su Google Drive, non un foglio di carta nel cassetto — ma un sistema strutturato che si attiva solo quando è davvero necessario, con le informazioni giuste per le persone giuste.

Con quelle informazioni, Elena avrebbe saputo subito dell'esistenza del conto ING, del portafoglio su Trade Republic, della polizza vita, e del Ledger con la seed phrase custodita in un posto sicuro. Avrebbe potuto avviare tutte le procedure in parallelo, con le informazioni corrette, senza bisogno di un avvocato specializzato per ricostruire il quadro. I tre mesi per il conto ING sarebbero rimasti tre mesi — le banche hanno i loro tempi — ma sarebbero stati tre mesi in cui la famiglia sapeva cosa stava aspettando, non tre mesi di ricerche nel buio. Gli 8.000 euro sul Ledger sarebbero stati recuperati grazie alla seed phrase correttamente custodita. Le 14.500 euro di costi si sarebbero ridotte a poche centinaia di euro di spese procedurali inevitabili. E i diciotto mesi di burocrazia sovrapposta al lutto si sarebbero ridotti a pochi mesi di pratiche gestibili.

Non è fantascienza. È organizzazione. La stessa che Marco applicava alla sua vita professionale, ai suoi appuntamenti, ai suoi documenti fisici. Estesa alla dimensione digitale che aveva costruito negli anni — e che non aveva mai pensato di dover rendere accessibile a qualcun altro.

La domanda che cambia tutto

Giulia, a distanza di due anni dalla morte del padre, parla di questa esperienza con chiunque sia disposto ad ascoltarla. Non per lamentarsi — suo padre non era negligente, non era disorganizzato, era semplicemente come quasi tutti. Ma perché ha capito che quella storia può essere diversa. Che la differenza tra la sua esperienza e quella di un'altra famiglia sta in un pomeriggio di organizzazione preventiva. E che quella domanda — "ma se ti succedesse qualcosa, la tua famiglia saprebbe dove trovare tutto?" — è la domanda che nessuno le aveva mai posto, e che nessuno aveva posto a suo padre.

È la domanda che questo blog si propone di porre, articolo dopo articolo, a chiunque voglia leggerla. Non per paura. Non per morbosità. Ma perché la risposta — e l'azione che ne consegue — è uno dei gesti più concreti e più profondi che si possano fare per le persone che si amano.

La Cassaforte Digitale è stata progettata per essere la risposta pratica a quella domanda. Un sistema che Marco avrebbe potuto usare in un pomeriggio, che Elena avrebbe trovato pronto quando ne aveva bisogno, e che avrebbe trasformato diciotto mesi di burocrazia sovrapposta al dolore in qualcosa di molto più gestibile. Non perché la morte faccia meno male. Ma perché il caos digitale che lascia dietro di sé non deve aggiungersi al dolore di chi resta.